Le Guglielmite – Storia di un’eresia femminista / Lo spettacolo alla Biblioteca Affori

Le Guglielmite – Storia di un’eresia femminista / Lo spettacolo alla Biblioteca Affori

9 Novembre 2019 2 Di Giulia A.

Venerdì 8 novembre 2019 sono andata alla Biblioteca Affori di Milano e ho assistito allo spettacolo “Le Guglielmite – Storia di un’eresia femminista“, a cura di Dimitri Patrizi e della Scuola civica di musica e danza di Desio.

“Si tratta” recitava l’avviso sulla pagina delle Biblioteche di Milano “di una rievocazione teatrale della storia vera di un gruppo di donne che nel 1300 sognavano di cambiare il mondo.”

È stato molto bello!

Già la cornice era eccezionale: la seicentesca Villa Litta, nata come residenza nobiliare estiva, era immersa nel buio e nella pioggia, ma il suo salone antico e gremito di persone è stato uno scenario mozzafiato per la rappresentazione.

Le attrici hanno interpretato le sorelle guglielmite: la visionaria Maifreda (secondo molte letture la vera eretica femminista), la sorella Carabella, le laiche assorellate Giacoma e Riccadonna, e la figlia di quest’ultima, Fiorbellina (che però non sa di esserlo e vive con le sorelle come novizia). Il curatore ha ricoperto il ruolo di Andrea Saramita, che insieme a Maifreda è stato il capo del movimento, e quello del narratore.

Le loro interpretazioni sono state intense. Hanno alternato scene recitate e suonate a qualche breve canzone, e con pochissimi oggetti di scena e la loro presenza hanno coinvolto noi tutti in una rievocazione di fatti realmente accaduti, proprio a Milano e ad Affori.

La storia delle guglielmite non è molto nota: la loro fu un’eresia “relapsa” (ovvero recidiva: la prima volta abiurarono, la seconda furono punite duramente in virtù della reiterazione) nella quale mi imbattei quando, studiando l’inquisizione medievale italiana, lessi dei domenicani Rainero e Lanfranco e dei loro processi milanesi. Non mi ero soffermata sulle guglielmite, ora però ho avuto l’occasione di conoscere meglio la loro storia proprio grazie a questo spettacolo.

I dialoghi tra le sorelle e Saramita hanno raccontato una storia suggestiva e, ahimé, attuale: quella di un gruppo di donne in estrema difficoltà a causa del mondo ostile, che si riunisce intorno a una di loro e non si limita a cercare di sopravvivere, ma presto ambisce anche ad aiutare le altre persone e a migliorare le cose.
E non ci riesce: il potere costituito soffoca con la forza il loro tentativo, in virtù di un’ortodossia che si basa proprio sulla sottomissione femminile e sulla paura verso il pensiero generativo di sorellanza e palingenesi.

La storia è attuale anche per un altro motivo: in questi ultimi anni e mesi si dispiega una richiesta di profondo rinnovamento dentro la Chiesa Cattolica: le donne vogliono il ministero, vogliono contare di più, vogliono votare e parlare ai Sinodi e il loro movimento è sempre più organizzato e forte.
In un certo senso, anche la questione guglielmita ha aperto una questione sul ruolo delle donne nella Chiesa e nella fede. Ora che i roghi sono storia passata (ma forse… non del tutto emendata?) i tempi sembrano maturi per un nuovo statuto delle donne nella chiesa. (Per saperne di più, seguite Donne per la Chiesa).

Nella pièce, siamo nel 1300, molti anni dopo il primo processo, e ascoltiamo le sorelle guglielmite ricordare la figura di Guglielma e l’importanza che ella ha avuto nella loro vita. Le donne sono certe che presto il loro ordine verrà riconosciuto, come quello di Francesco.
Allo stesso tempo, a causa del processo già subito, sono consapevoli che la loro fede non è ortodossa, e che non va rivelata in toto a chi ne domanda.
Quando l’inquisizione prende Andrea Saramita e poi manda a cercare anche loro, le sorelle cercano il sostegno di Matteo Visconti, che le aveva già aiutate, ma non l’ottengono.
A quel punto, si rfiutano di fuggire, e gli stralci dei verbali del processo recitati in scena ci raccontano un percorso: le sorelle sono imprigionate e torturate, all’inizio cercano di negare, si difendono e svicolano, ma alla fine dichiarano il loro credo e affrontano ciò che segue con coraggio e fierezza. (L’ultima scena, che non spoilero, è stata accompagnata alla chiusura da un lungo applauso catartico di tutta la sala.)

Questa storia “pubblica” è alternata a quella “privata” che riguarda di Fiorbellina: Riccadonna l’ha abbandonata alla nascita, lasciandola alla ruota. Da lì, il padre della piccola, proprio Andrea Saramita l’ha recuperata, per crescerla insieme alle guglielmite. Riccadonna ne rievoca la nascita, ricorda la propria paura, e in un dialogo con Saramita alla metaforica luce della luna i due affermano mesti che avrebbero potuto essere felici, in un mondo diverso, magari meno ossessionato dal peccato e dal diavolo.

Al tormento intimo di Riccadonna, che cerca di stare vicino alla figlia senza dirle nulla, fa da contraltare il tormento visibile di Maifreda: la donna ha delle visioni, e le consorelle la prendono in giro in pezzi davvero divertenti. Ma a un tratto, Maifreda afferma di vedere tutte loro sopra un carro di fuoco: cosa vorrà mai dire? Questa scena per me è stata da brivido.

Lo spettacolo comunque è stato anche divertente: battute, lazzi piccanti, e un bel girotondo al canto del carmen “Tempus est iocundum” hanno reso molto bene, secondo me, quell’intreccio tutto medievale di alto e basso, di laude e iocum. Il mistico e il triviale vivono insieme, e una sorella in Dio non si fa problemi nel beffare le altre che meditano di rivolgersi al Visconti, dicendo loro: “Vi piace il biscione, eh!”

Questa è una versione della canzone che mi piace molto.

Insomma, bello. Essendo poche le persone in scena, posso anche esprimere un parere su ognun*: non certo critiche né opinioni tecniche, ma solo ciò che mi hanno lasciato nell’animo e nella memoria, con la loro bravura.
Complimenti alla giovane attrice che ha interpretato Fiorbellina: ha cantato diversi pezzi e ha recitato con vitalità e tenerezza a seconda delle scene.
Giacoma è un personaggio molto simpatico, orgogliosa, tartassata dalle altre e sopra le righe: ma poi, nelle scene finali più serie,ha raccontato la sua tortura in un modo incredibile, che ha lasciato la sala col fiato sospeso: “Santa Caterina non ha gridato” è una frase che non dimenticherò facilmente!
Riccadonna ha eseguito anche dei brani al flauto dolce, e i suoi sguardi nascosti e pieni di dolore verso sua figlia erano dei veri colpi.
Le due sorelle guglielmite Maifreda e Carabella (spero il nome della seconda sia giusto, non sono sicura!) sono state le mie preferite, devo dire. La sicurezza e la personalità trascinanti hanno fatto da colonna per tutto il resto. Succede spesso anche nella vita vera: le donne concrete e decise magari non risaltano, ma sono il tetto del mondo e la terra sotto i piedi delle comunità.
Andrea Saramita / narratore è stato molto bravo a reggere le fila di tutto e a mescolare serietà e sberleffo, sia nella narrazione, sia nelle sue risposte ai giudici domenicani.

Le voci di questi ultimi non c’erano, le loro domande lasciate nel silenzio. Considerando che quasi tutta la storia delle guglielmite è nota solo grazie ai verbali dei processi, questa scelta mi è parsa un giusto modo di riequilibrare le parti.

La storia di Guglielma e delle sue sorelle è un caso interessante di cui si sono occupati diversi studiosi e studiose. Grado Giovanni Merlo ne parla in “Eretici ed eresie medievali” e mi pare le nomini anche in “Inquisitori e inquisizione del Medioevo”, che ho recensito QUI.

Qui c’è un racconto della storia, ripercorsa sulle carte: GUGLIELMA DI MILANO
un’eretica
post mortem – di Lorenzo Coccoli

Un bel post di Passi per Milano racconta la vicenda incentrandosi sui luoghi: devo dire che mi ha fatto un certo effetto sapere che tutto è accaduto a poca distanza da dove ci trovavamo.

La questione femminista aperta dalle guglielmite è stata affrontata in quanto tale quasi da subito, dato che le donne “adoravano” Guglielma come nuova Messia e sfidavano così la questione di genere anche nei loro anni.
(Molto belli i dialoghi tra le sorelle in scena: io sono cardinala, femminile di cardinale; tu sei papa, femminile di papo! Fantastiche!)

Ne ha parlato Luisa Muraro nel suo saggio “Guglielma e Maifreda – Storia di un’eresia femminista” pubblicato dalla mitica casa editrice milanese femminista La Tartaruga.

Ho trovato il libro in versione integrale disponibile in PDF a questo link, nel sito della Libreria delle Donne, e non posso che consigliarne la lettura!

Tra i molti gruppi e movimenti ereticali che animarono la società cristiana sul finire del Medioevo, i Guglielmiti si distinguono perché nel loro progetto di riforma della Chiesa essi non si richiamano agli ideali evangelici delle origini e in generale a niente del passato. La loro idea vuole essere nuova e operare una rottura nei confronti del passato. La loro idea è che il rinnovamento della società cristiana verrà dal sesso femminile ed è iniziato con Guglielma.Si tratta dunque di un’eresia femminista.

Altri prima di me hanno sottolineato la rispondenza tra le idee guglielmite e il femminismo moderno.

Se si dovesse badare soltanto ai termini, non sarebbe corretto dare a un’eresia medioevale un nome coniato appena un secolo fa. Ma la ragione storica del femminismo è più antica della parola e oltrepassala cultura in cui la parola fu coniata. La ragione del femminismo sono quelle donne che vedono e non accettano la subordinazione del loro sesso a quello maschile, il fatto cioè che gli esseri umani femminili siano tenuti socialmente ad accordare i propri interessi a quelli dell’altro sesso.

Nella modernità il rifiuto della subordinazione si è espresso con l’ideale dell’uguaglianza, ideale che, come si sa, era estraneo alla società medioevale. In questa il rifiuto della subordinazione si è espresso come esigenza femminile di un rapporto diretto con Dio, o meglio: di un rapporto che non fosse mediato dal rapporto con l’altro sesso.

Luisa Muraro, “Guglielma e Maifreda – Storia di un’eresia femminista” – LEGGI IL LIBRO QUI

Insomma, uno spettacolo che mi ha aperto un mondo!
Grazie mille al Sistema Bibliotecario di Milano, che ospita sempre cose bellissime, e alla Scuola civica di Desio e a Dimitri Patrizi per averci restituito un pezzo prezioso della nostra storia, e aver dato voce a sorelle e fratelli coraggiosi.

…e tanti saluti da Affori!

Se ti è piaciuto il post, dai una chance al romanzo: “La cospirazione dell’inquisitore”, Fanucci editore